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Questo posto si chiama boreano perché vi soffia sempre il vento, ed io lo amo perché esso è il fluido vitale della natura, è il pensiero puro affrancato dall’ingombro della materia, è la libertà senza confini e senza condizioni.

Scolpisce gli alberi e la roccia, racconta in cielo storie evanescenti che s’intrecciano in fluide sequenze senza fine. Sono agricoltore e quindi un po’ poeta, e l’amo anche perché porta la pioggia e il polline e la vita. L’agriturismo è il vento libero dei campi che ti avvolge tutto, diverso d’ augello isterico che si aggira fra i comignoli puzzolenti di rifiuti e di cartacce.

L’agriturismo è il rapporto tra città e campagna.

Lo devi cercare, non lo trovi lungo la strada. Non è il turismo rurale che si prostituisce al cittadino, ma ricerca appassionata delle proprie radici rovistando nell’intimo significato degli attrezzi di lavoro, dei sapori del “cutturiddu”, della “ciavarra” e del formaggio fresco conservato nelle felci dei ruscelli, della vita quotidiana di mio nonno che seccava il pane al sole per conservarlo e lo ammollava nell’acqua per mangiarlo. Ma il nostro agriturismo non è soltanto questo, è soprattutto ospitalità intesa secondo la nostra antica tradizione di nipoti di diomede. Grazie alla tecnologia che annulla tempi e spazi, possiamo agevolmente offrire le marine dell’Adriatico, i Sassi di Matera, i castelli di Federico II, la città di Orazio, la montagna del Vulture e i suoi laghi, le cento sagre e feste folkloristiche che si svolgono in serrato calendario su tutto il territorio.

Infine, il mio agriturismo, è ricerca di contatto con i giovani, con la complicità di Orazio e del suo estroverso Carpe diem. Mi sforzo di incrociare i loro percorsi esistenziali tratteggiati dal piacere e dall’ottimismo, per tradurre nel loro gergo la nostra tradizione. Perché essi sono il nostro presente e il nostro futuro, e solo la conoscenza può salvarli dalla prevaricazione dei media